Partono in questi giorni i festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia. E’ un’occasione per un approfondimento e una presa di coscienza comune degli avvenimenti e delle necessità che la generarono. Spero ardentemente che non si tratterà solo di un’abbuffata di celebrazioni e trionfalismi ammantati dalle coreografie fantasmagoriche di stendardi e cromie tricolori. Una indigestione di superficialità non porterebbe ad una maggiore consapevolezza di una storia comune e di istanze da difendere. Mi prende un profondo malessere quando vedo celebrazioni dello Stato somigliare più ad una parata militare che ad una evocazione di fatti storici non fine a se stessa. Le ambientazioni, le scene, gli stessi apparati che partecipano, fanno pensare più alla celebrazione di una vittoria di un esercito che a festeggiamenti di un popolo che ha iniziato un determinato percorso (incompiuto) non per caso ma per una reale esigenza di superaramento dei problemi. Parrebbe demagogico immaginare oggi Stati senza esercito, ma è senz’altro poco coerente, anche con la nostra stessa Costituzione, anteporre divise e simulacri ai valori che hanno generato questo stesso Stato e questo stesso esercito.
La storia d’Italia, anche quella posteriore all’unità, non è sempre degna di celebrazioni entusiastiche ma merita qualche mesto ripensamento e sicuramente molta autocritica, alcune delle fotografie che ho scelto a commento dell’articolo mi pare ne evochino le circostanze.
Svilire lo Stato centrale o, d’altro canto, sacralizzarlo, costituiscono atteggiamenti superficiali promossi per evitare dialogo e approfondimento e circoscrivere gli sviluppi ai ristretti ambiti ideologici o ad interessi di parti. Un modo, insomma, per evitare che il discorso verta su questioni sgradite e che cadano mostri o convinzioni sacri.
I concetti di identità patria e di territorio correlato è un molto volatile, il maestro delle elementari mi insegnava che la nostra patria era stata voluta e creata da Dio stesso che aveva posto i suoi confini nelle Alpi e nei mari che la circondano per proteggerla (i sacri confini, la conseguente retorica). Qualcuno, poi, vi incluse anche l’Etiopia e l’Eritrea, la Somalia, la Libia, l’Albania. Cosa considereranno patria i nostri nipoti o pronipoti? Le attuali divisioni non saranno forse destinate ad essere superate o quanto meno modificate? Con quale protervia e presunzione storica consideriamo i caratteri comuni del nostro territorio atti a costituire un’identità nazionale? Tra 50 anni non si parlerà forse di un’identità comune più vasta? Gli Staterelli italiani del passato, in lungo antagonismo fra loro, non nutrivano forse essi stessi la convinzione di rappresentare un’entità unica, di avere caratteristiche storiche e culturali tali da non potersi fondere con altre esperienze, con altre genti, con altri mondi? Eppure è successo.
Il mondo è in evoluzione, come sempre. Nelle cose umane la modestia e una certa relatività di giudizio eviterebbero quelle certezze assolute che la storia stessa si incarica regolarmente di infrangere. Nazionalismi, campanilismi, ma anche le rigidità e la geografia politica sono lo specchio dell’ottusità, sono concetti talmente relativi per i quali non è utile disperdere energie e lottando per i quali si rischia di essere superati in fretta dalla storia. Minore presunzione nel redigere massime eviterebbe, talvolta, di urlare proclami talmente estemporanei da apparire ridicoli.
Certo che ancora le divisioni tra Stati e persone sussistono e spesso, anche inconsciamente, la nostra apertura mentale e la nostra tolleranza risultano deboli e circoscritte, siamo spesso pronti ad insegnare le regole democratiche agli altri, ma riferendoci principalmente alle nostre regole ed alla nostra visione della democrazia, quelle stesse nostre regole che rifiutiamo di discutere per pigrizia, fastidio, interesse, negando la più minima possibilità che possano essere foriere di errori, leggerezze, bugie.
De Gaulle diceva che il patriota è colui che ama la propria patria mentre il nazionalista è colui che odia quella degli altri. Mi pare un’affermazione che, al di là di quel velo di indeterminatezza e di presunzione verbale che incorporano tutte le massime, contenga la chiave di lettura della dicotomia esistente tra quelli che sono l’amor patrio ed il senso d’appartenenza rispetto alla necessità di una visione più ampia, più aperta e meno esclusiva del mondo.
Cittadino del mondo: un’altra bella frase ad effetto, piena del fascino ammiccante e letterario della citazione, ma per se stessa vuota e limitante perché, ancora più di altre, stoppa il discorso e impone una visione che trascende dall’affrontare i problemi veri e reali e pare porre la questione in termini strettamente morali come se tutto potesse essere risolto con semplice bontà individuale o un po’ di retorica. Chi potrebbe negare che sarebbe auspicabile un unico popolo in un’unica patria (e allora perché non in un unico universo?) Ma proprio per questo è come non dirlo, è come surrettiziamente favorire l’evitare di affrontare passo, passo, i problemi più semplici ed aspirare ad una perfezione che sicuramente non arriverà da sola salvo intervento divino. A volte il poter parlare tanto e dire tutto, dà parvenza di contare a qualcosa, di detenere un potere che non abbiamo mentre in realtà non possiamo modificare o produrre nulla, ma solo “dire e dire” perché questo è concesso e calibrato. Forse è per questo che abbiamo tanto bisogno di parlare, per illuderci di partecipare.
Anche lo Stato è fatto per modificarsi, i cambiamenti provengono da esigenze indotte dall’esterno ma anche da maturazioni interne, chi non si trasforma ed evolve non sopravvive, anche in natura. Solo chi teme di perdere potere teme queste trasformazioni.
Libero è solamente che si inserisce nella realtà e la trasforma (C. Pavese)
Nessuna dottrina politica ha mai negato la necessità dell’esistenza degli Stati, non corrisponde al vero nemmeno lo storico equivoco circa l’Internazionale Comunista, non si perorava infatti l’unico Stato, ma la solidarietà fra Stati. Le stesse storiche questioni circa “la rivoluzione in un solo Stato”, “la rivoluzione prima nella Germania (industriale e avanzata) che in Russia agricola ed arretrata” attribuivano, di fatto, agli Stati dignità di esistenza propria e non ne postulavano affatto la sparizione. Analoga cosa si potrebbe anche dire del movimento anarchico il cui bersaglio, semplificando, non erano gli Stati o lo Stato ma l’espressione e l’esistenza stessa del potere. Circa le forme liberali non c’è molto da dire, si tratta delle stesse realtà che per ragioni d’indipendenza, principalmente economica, hanno progettato gli Stati e le Costituzioni.
Le ragioni profonde che hanno guidato la nascita dello Stato Italiano, con dolore, eserciti, battaglie e rivolte, inducono la consapevolezza che il discorso sulla legittimazione degli eserciti sia affrontabile e non un tabù e che le lotte di liberazione di un popolo siano comprensibili e legittime e che non si tratti solo di istanze di guerrafondai o di errori come i pacifisti tout court sostengono. Quelle stesse ragioni, fondanti e profonde, non possono impedire che in uno Stato libero anche lo stesso Stato possa essere, in un qualche modo, discusso.
Non vorrei affrontare la questione politica della trasformazione di un regime in un altro, dei problemi del divenire dei sistemi, della rivoluzione o del riformismo, sarebbero fuori luogo e troppo impegnativi, vorrei sottolineare semplicemente che discutere alcune norme, prassi e caratteristiche dello Stato, non sottacere gli aspetti che ci paiono scorretti o migliorabili è comunque lecito. Ci troviamo spesso di fronte a due atteggiamenti manichei e nemmeno tanto disinteressati: il primo riguarda coloro che lanciano strali al solo sentire nominare Roma, il secondo riguarda coloro che di fronte ad ogni critica al nostro sistema, sicuramente bisognoso di cambiamento, ti apostrofano: “ehi, non sarai mica uno di Bossi!”. E la cosa più strana è che la prima obiezione viene spesso da coloro che con Roma ebbero molto a che fare e spartire e che la seconda viene spesso da coloro la cui storia è piena di commenti feroci ed avversi allo Stato centrale, alla romanità, all’accentramento amministrativo.
Vorrei, poi, affrontare con pochi esempi, alcuni aspetti (che non sono quelli storici nel profondo senso del termine), ma quelli terra terra che non si prestano a citazioni dotte e non riguardano capi di Stato, sistemi economici, sistemi politici, filosofie o morali politiche. Sono aspetti ugualmente importanti che sono sotto gli occhi di tutti e che con le loro profonde incoerenze sopravvivono trasversalmente e passano indenni nei decenni, nei governi, nelle coalizioni, nei partiti vecchi e nuovi. Possono tracciare i contorni dell’atteggiamento che spesso lo Stato italiano ha verso il cittadino anche nelle cose apparentemente più banali, che non hanno direttamente a che fare con la politica a lettere maiuscole ma che sono indicative del cattivo trattamento, subdolo, offensivo dell’intelligenza, che si riserva al cittadino anche nelle piccole cose.
Mi pare che il cittadino abbia diritto di dire, scrivere e protestare senza essere accusato con protervia, approssimazione e cattiva fede di essere antistato. In fondo mi pare che sia questo che fanno ed hanno fatto i partiti pur con alterno calore e convinzione a seconda di chi fosse seduto via via nella stanza dei bottoni… quegli stessi che non hanno mancato di scambiare le istituzioni per una macchina da osannare o denigrare a cicli alterni, in asservimento ad obiettivi, collocazioni ed alleanze contingenti.
1. IL FUMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA COERENZA
Nei primi anni ’80 un pacchetto di sigarette “Nazionali Comuni” costava 180 Lire mentre un pacchetto di “Alfa” costava 160 Lire. Erano le due marche più economiche di sigarette, gli altri tipi costavano il doppio ed oltre. Dopo 10 anni le “Nazionali Comuni” costavano ancora 180 Lire mentre le “Alfa” ne costavano 320 (il doppio di prima). Sapete perché? Semplice: nel paniere di calcolo della contingenza per famiglie di operai ed impiegati stava il pacchetto di “Nazionali Comuni” nonostante fosse un tipo di sigarette poco fumato, mentre il pacchetto di “Alfa” non concorreva a determinare alcun indice. Come se non bastasse, dal momento che allo Stato conveniva vendere le sigarette più costose, centellinava la distribuzione delle “Nazionali Comuni” sicché le rivendite ne erano quasi sempre sprovviste.
2. UN TRENO CHIAMATO DESIDERIO
Sempre a proposito del paniere della contingenza per famiglie di operai ed impiegati, negli anni ‘90 si teneva conto del prezzo di un biglietto di seconda classe senza supplemento rapido per la percorrenza Milano/Roma. Non c’erano treni nei quali fosse consentito salire senza che venisse richiesto quel supplemento, l’unico che c’era muoveva di notte in orari impossibili per qualsiasi pendolare o professionista e suppongo che non viaggiasse stipato.
3. SEMPRE SI VINCE, VENGHINO, VENGHINO SIGNORI!
Che nei giochi e nelle lotterie vinca sempre il banco è una certezza, ma che il banco sia rappresentato da uno Stato che fomenta lusinghe e le propaganda Esso stesso senza spiegarne i complessi meccanismi di funzionamento sotto tutti gli aspetti, appare vergognoso.
Ci sono famiglie che sottraggono alla scarsa pensione risorse per il Bingo, la tombola e le macchinette mangiasoldi, lo Stato promuove, in grande, la stessa cosa attraverso il lotto, le nuove lotterie ed i giochi ideati con sempre più fantasia e sempre più ammiccanti.
Senza giungere alla crudezza, peraltro fondata, di Cavour che definì il gioco del lotto la “tassa sugli stolti”, si tratta senz’altro di un campo nel quale uno Stato serio non dovrebbe cimentarsi, ma dovrebbe Esso per primo, spiegare alla gente le regole e le probabilità che ci sono di vincere e di come non siano maggiori di quelle che chiunque di noi abbia di scoprire uno zio ricchissimo oltreoceano senza altri eredi che noi. La gente sarà poi certamente libera di spendere i propri soldi come crede, ma il ruolo di informare non può essere eluso dallo Stato che a sua volta non si può atteggiare a sponsor della fortuna e delle cabale.
Le statistiche mostrano che si spende di più in giocate e scommesse proprio nei momenti e nelle regioni di maggiore povertà a dimostrazione del fatto che proprio di un irrazionale desiderio di rivincita sociale e di una quasi rassegnazione all’idea che l’unico mezzo della propria riscossa possa essere costituito dalla fortuna. Può uno stato sfruttare queste situazioni per rimpinguare le casse?
Alcuni aspetti tecnici essenziali vengono spesso celati per creare un’aura di affare attorno alle vincite che invece non sono mai quel che sembrano. Il 10 Agosto 2010, in una rivendita di Piumazzo, è stato azzeccato un 10 al gioco win for live. Vinti 6000 euro al mese per 20 anni. Nella circostanza tutti si affrettarono a dire e scrivere 6000x12x20= un milione e 440 mila Euro di vincita. Non si spiegò bene (e lo Stato per primo) che si trattava di un vitalizio e quindi non trasmissibile ad eredi (visto che sono spesso i pensionati a giocare probabilmente lo Stato risparmierà parecchio). Specialmente nessuno ha detto che quell’importo non è indicizzato e che se 6000 Euro al mese appaiono tanti oggi, probabilmente l’ultima trance che si andrà ad incassare nel 2030 (se si sopravvive abbastanza) potrebbe non bastare nemmeno ad acquistare un biglietto per il cinematografo. Quella moltiplicazione è quindi assolutamente impropria ed ingannatoria, ma tant’è… lo stato se la caverà con pochi spiccioli e l’illusione che serviva creare è stata creata. A chi il mio discorso apparisse troppo ragionieristico o razionale suggerisco di proporre allo Stato di accettare che i giocatori possano anch’essi pagare i 4 Euro del costo della giocata in vent’anni, in rate mensili non indicizzate e che il debito non possa passare agli eredi. Si accorgerà di come già lo stato avesse già pensato a queste cose con ben maggiore malizia.
4. FLORIANA SECONDI O MARINA LA ROSA: QUESTO E’ IL DILEMMA… NO! ADRIANO PAPPALARDO!
Dieci anni fa partirono su canale 5 le prime puntate del “Grande fratello”. In tanti furono atterriti da quella messinscena alquanto faceta, pettegola e sicuramente nemmeno sincera. Nella circostanza alcuni coniarono persino la dizione di “TV spazzatura”. La stessa Rai, colpita nell’audience, si difese con attacchi moralisticheggianti verso la nuova trasmissione ribadendo il proprio status di maggiore levatura. Nel 2003, scordandosi di quanto detto, Rai iniziò a mettere in onda sul secondo canale “L’isola dei famosi”, null’altro che un surrogato in salsa esotica del “grande fratello”. Lo Stato si scordò completamente del proprio ruolo che non è sicuramente rappresentato solo dal seguire supinamente le regole della concorrenza e dell’audience in un campo fondamentale come quello dell’informazione e della diffusione di cultura e di strumenti di conoscenza.
Se mi è concesso dirlo è probabile che nel caso del “Grande Fratello” ci sia stato almeno qualcuno indotto ad andarsi a leggere l’omonimo grande capolavoro di Orwell, se non altro per curiosità o per lo meno si sarà chiesto il perché di quel nome dato alla trasmissione, nel caso dell’isola dei famosi… assolutamente nulla di nulla, magari un Robinson Crusoe, ma è difficile.
5. RICCHI PREMI E COTILLON
Si è mai sentito di uno Stato che istituisce una lotteria tra coloro che pagano regolarmente e nei tempi utili un’imposta? In Italia succede: tra tutti coloro che pagano entro il 31 gennaio l’imposta di possesso dell’apparecchio televisivo si sorteggeranno ricchi premi. Ma che senso ha? L’imposta è dovuta o non è dovuta? Sì, è dovuta, mi sono informato, ma allora perché il premio PER CHI LA PAGA? Perché non premiare anche chi paga regolarmente imposte più pesanti, l’IRPEF, l’IVA, ecc? Un poco viene il dubbio che quell’estrazione di premi serva ad attirare quanta più gente possibile perché chi non paga la farà franca.
Il canone Tv è presente in misura differenziata in molti paesi, alcuni paesi l’hanno abolito, in Francia è in via di abolizione, l’importo che paghiamo in Italia è uno dei più bassi d’Europa, ma negli altri paesi le regole sulla pubblicità sono molto diverse mentre da noi, in termini di disturbo pubblicitario, non mi pare di percepire differenze sostanziali tra i canali Rai ed i canali delle emittenti private.
6. PP.TT.
Bravi! Un regime di prezzi per pacchi postali bassi ed uno per pacchi postali a prezzi alti… peccato che si trovino solo i moduli per i per il regime più costoso. Qualcuno dice che siano le Poste centrali a non distribuire i moduli economici, altri sostengono siano i singoli uffici postali in quanto hanno un incentivo sui ricavati. Comunque sempre di Stato si tratta e sempre di cittadino bistrattato si tratta (e con la beffa).
Sempre alle poste, alcuni anni fa, mi fu detto che in base a e nuovo impegno a sostegno di controllo e qualità del servizio, la consegna dei pacchi nei tempi previsti sarebbe stata garantita nel 98% dei casi. Per colmo della mia sfortuna tutti e tre casi a me incorsi sono sempre ricaduti in quel 2% (probabilità statisticamente altamente improbabile). Molto comodo: chiunque vada a reclamare si sente rispondere di essere incorso proprio in quell’esiguo, sfortunato 2%, e nessuno ti mostra il numero totale di spedizioni e il numero totale di smarrimenti nel periodo corrispondente che sarebbero i dati necessari per fare un calcolo oggettivo reale.
In segno di speranza ho scelto esempi leggeri affrontandoli in modo scanzonato ed ho volutamente tralasciato le questioni più angoscianti della nostra Repubblica, ma non posso, almeno, non ricordare che dopo decenni deve ancora essere fatta chiarezza sulle stragi italiche ed i responsabili assicurati alla giustizia, basta questo per comprendere che più di celebrazioni occorrono riflessioni e la consapevolezza che il cammino non è mai compiuto.
Festeggiamo e celebriamo pure tutte le cose importanti che lo Stato rappresenta e le conquiste ottenute, ma manteniamo vigile anche quel certo senso critico che l’euforia di alcuni spari di mortaretti, alcune marcette (sia quella di Mameli o quella trionfale di Verdi non ha importanza), i voli di 10 aerei con la coda di fumo variopinto, puntano a farci perdere.
Termino in tema di spettacoli, ma ciò nonostante non mi viene di farlo in leggerezza e con animo allegro; credo che non ci si debba vergognare di vergognarsi un poco di uno Stato che pretende di propinare “l’Isola dei Famosi” quale svolta culturale e morale della televisione di Stato che da decenni non ha mai smesso di essere quella stessa che Jannacci cantava: “La televisiun la g’ha na forsa de leun, la televisiun la g’ha pura de nisun, la televisiun la t’endormenta cume un cuiun”.
Adesso lo sta un po’ facendo anche con questo anniversario.
Willer Comellini
Le foto pubblicate sono tratte da: Storia fotografica del partito comunista italiano – Ed. Riuniti
e da Robert Capa fotografo 1932/1954 – Ed. Arte



















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