L’origine del Carnevale è incerta e pur innestandosi a cerimoniali ancora più antichi di origini celtiche o relativi a riti Dionisiaci, si suole farla risalire alle feste pagane romane (Lupercali, Baccanali, Saturnali, Opalia, Sigillaria). Nei secoli queste origini si sono confuse con pratiche cristiane e con talune prescrizioni medievali circa, ad esempio, il non mangiare carne dal primo giorno di Quaresima fino il giovedì Santo (carnem levare, termini dai quali potrebbe etimologicamente derivare).
Il carnevale ha la generale connotazione della trasgressione e del sovvertimento delle regole in una sorta di satira dissacratoria. In questo senso, gli iniziatori del carnevale, dovevano ben conoscere le antiche prescrizioni se apposta parevano violarle contravvenendo alle regole già sancite dal Deuteronomio: “La donna non si vestirà da uomo, e l’uomo non si vestirà da donna poiché il Signore, il tuo Dio, detesta chiunque fa queste cose” (De.22:5). Sicché, anche oggi, questi travestimenti paiono violare le leggi divine.
I carnevali attuali, sostanzialmente avvolti da un manto scaccia spiriti e di baldoria, non fanno altro che testimoniare ancor più la presenza e la potenza, talvolta vissute con senso di costrizione, di talune espressioni del soprannaturale e gravate dall’oppressione morale. Questi risvolti latenti e mai sopiti dell’animo umano, portano al desiderio di esorcizzarli, allontanarli e dimenticarli fosse anche per un solo giorno.
Oggi, il carnevale, è celebrato fastosamente e gioiosamente e tanto più in modo sentito e totalizzante nei paesi più osservanti o in quelli più poveri o che subiscono regimi dittatoriali, quasi che l’allegria e la felicità costituissero una necessaria parentesi liberatoria o un rituale. La caratterizzazione di alcune maschere ed alcune loro movenze quasi diaboliche, testimoniano, dietro un’apparenza festaiola e scacciapensieri, un afflato essenzialmente di impronta mistica.
In Italia e non solo, il carnevale va perdendo la connotazione originaria assumendo il carattere di un rito consumistico alla stregua della Befana, del Babbo Natale e delle tante feste che l’industria del consumo ha costruito, tutte immancabilmente con i loro gadget preconfezionati che si tenta di ammantare di tradizione. L’accettare acriticamente queste compromissioni, come fossero una necessaria caratteristica di tutto ciò che è genuinamente popolare, è solo pigrizia o un promuovere pretesti che le giustifichino. E’ in questo modo che si cerca di fare passare tutto per popolare, per interesse o per il volere calzare quell’ipocrita semplicità che fa apparire così trendy.
Beh, il carnevale di Piumazzo, come direbbe l’Altman di Mash, se ne frega o parrebbe fregarsene di tutte queste cose. La sua genesi è quanto di più scanzonato, improvvisato e casuale si possa immaginare. Atti, persone e gesti il cui scopo non è l’irriverenza acculturata o l’ironia fine e ricercata. Personaggi ed attori plebei, che non si fanno pudore nemmeno di ostentare provincialità e volgarità, quella bella volgarità che quando è sincera non è nemmeno tanto più tale. L’insolenza c’è, ma solamente perché non potrebbe non esserci, perché sono i personaggi e le figure stesse ad essere intimamente irriguardosi e non potrebbero fare altro od essere diversi da loro stessi.
Anche se gli anni che videro la nascita del nostro carnevale portavano con sé un generale desiderio di rivalsa verso le fatiche ed i drammi della guerra e un abbandono a pratiche alternative e tranquillizzanti, le origini appaiono più consone a giullari che a goliardi. I goliardi non hanno nulla a che vedere con la trasgressione, sono entità indefinite e indefinibili socialmente, sono espressione di quelle stesse regole delle quali diverranno presto apostoli, paladini e cerimonieri.
Beh… di goliardi e cerimonieri a Piumazzo non ce n’erano quando nacque il carnevale e non c’erano nemmeno le “esigenze della promozione e la valorizzazione del territorio”, c’era solo qualche vero, naif, scanzonato… tanto giullare quanto scarso conoscitore delle regole dello stile e della cosiddetta buona creanza.
Ripercorrendo la genesi delle società che allestiscono i carri della sfilata, si nota che frequentemente anche lo stesso nome scelto per la società o i nomi delle maschere non rispondono ad esigenze di raffinatezza. Non si vuole emulare Colombina o Arlecchino ma il nome più disgustoso e sanguinolento de “I trita gatti” che vantavano un carro con una macelleria felina (non perché si trovasse a Felino) e che stando alla rappresentazione servivano salsiccia di gatto ai bambini, oppure si adotta il prevedibile nome de Lo spuntino (società formata da gran mangiatori)… non si tratta propriamente di denominazioni improntate alla ricercatezza.
Piein, Talpo e Truman sparavano i coriandoli da uno spandiliquame, e per quanto l’avessero prima lavato, un certo olezzo invadeva il paese. L’impatto visivo e l’incedere di quel carro non evocavano visioni propriamente idilliache. L’affinamento successivo consistette nel sostituire quella botte maleodorante con un atomizzatore per fitofarmaci, ma se il getto aumentò in scenografia, dal versante della fragranza e della classe non si riscontrarono miglioramenti apprezzabili.
Per chi non conosce il dialetto locale, i nostri modi ed i nostri personaggi, tento di spiegare il senso di alcuni di questi nomi:
Tuba: dall’abitudine di Vasco Boni di mascherarsi da selvaggio (con tanto dell’inconfondibile anello al naso) e di pronunciare le frasi tribali “tumba, tumba – tuba, tuba” dopo avere visto un film ambientato in Africa probabilmente del filone “Tarzan” od emuli. Il nipote, Fabio, suggerisce spiritosamente che anche l’odierno “bunga, bunga” possa avere origini lessicali padano/africane.
Stabiat: nel nostro dialetto stabier significa tagliare (non necessariamente con forbici, ma anche a colpi d’accetta). Era un modo irriverente di accennare al mestiere svolto nella vita da Sergio Zironi, il barbiere, con l’aggiunta di una connotazione di sberleffo poiché stabier è spesso usato per significare tagliare in modo veloce ed approssimativo. Sergio era da molti chiamato anche al babirein, il barbierino, per via della sua bassa statura.
Bevi manco: bevi meno, sintomatico del clima da baccanale che aleggia nelle lunghe notti invernali di allestimento dei carri. Nome ripreso da una frase di G. Fantoni con una strampalata e divertente italianizzazione di un termine dialettale manc, manco che in italiano però ha un significato nettamente diverso e riporta ai fraseggi sgangherati de L’armata Brancaleone.
Piein, Talpo e Truman: soprannomi irriverenti di Armando Mazzoli, Giancarlo Pedrazzi e Ancelli. In qualche caso nominati così dalla cittadinanza anche senza che un vero nome d’arte fosse stato adottato, spesso gli appellativi attribuiti non erano scelti né graditi ma subiti. Il Soprannome Talpo deriva dal cognome di un ciclista famoso negli anni ’60 per il quale Pedrazzi stravedeva, ma che non si vide per nulla apparire quando il suo passaggio fu atteso sul Ponte Rosso verso Spilamberto… era entrato in crisi dopo due soli giri di piazza a Vignola. Il nome fu subito affibbiato al Pedrazzi per derisione.
Club 3P: dall’acronimo di Progresso, Progredire, Produrre motto di un’associazione agricola politicamente affine al cattolicesimo di destra (le demarcazioni e le categorie erano allora più marcate). Suscitò scalpore un loro carro satirico recante la figura di Brežnev a cavalcioni di un cannone (di quelli per allontanare i volatili dalle coltivazioni) in anni di contrapposizione ed immediatamente precedenti l’invasione sovietica dell’Afghanistan. La successiva polemica portò a fissare alcune regole guida nella scelta del tema e nella realizzazione dei carri.
I biasanot: da biaser (masticare, biascicare) e da not (notte). Letteralmente i mastica notti, biascicano le ore e non le inghiottono mai come un chewingum e le notti non finiscono mai, cioè coloro che non vanno mai a letto.
I ruba tatt: i ruba tetti, con sibillino riferimento a coloro che amano trascorrere le notti sotto le lenzuola ed i tetti altrui.
Gli Sdaz: nome canzonatorio ispirato al detto “ti furb com’un sdaz” (sei furbo come un setaccio)… nel senso che il setaccio da farina trattiene la pula e lascia andare il buono.
I Brutos: nome dovuto all’autoironia di una società carnevalesca i cui membri prediligevano ruoli femminili (Il lago dei cigni, le ballerine di lambada) all’insegna della quasi provocazione con nessuna attenzione all’estetica e piuttosto agghindati e truccati come sboccate meretrici. Nome ispirato anche dall’omonimo demenziale gruppo musical – cabarettistico in voga negli anni ’50 e ‘60.
Il carnevale di Piumazzo, così com’è nato e si è sviluppato, è un carnevale essenzialmente di carri e sfilate più che di maschere e spettacoli. Nacque formalmente nel 1970, in precedenza c’erano state le avvisaglie di questo fervore con le inattese performance di Tuba e Stabiat all’asilo e degli stessi, assieme a Pino, al cinema teatro Corso di Castelfranco Emilia. Un ruolo essenziale, ora adombrato, l’ebbe il parroco di Piumazzo Don Giulio che, assieme a Stabiat, organizzava i bambini prima della partenza presenziando e coordinando le operazioni di avvio delle sfilate e quelle organizzative.
Da subito, ma in particolare dopo avere bandito la politica dal carnevale e vietato la partecipazione di carri con contenuti volti alla satira politica, il carnevale di Piumazzo si è versato al divertimento dei bambini. In pratica si divertono moltissimo anche gli adulti, com’è giusto. Molti aspettano per tutto l’anno e con ansia la stagione delle sfilate non senza un certo spirito di competizione, ma specialmente con la voglia di divertirsi e divertire.
Del carnevale traspare prepotentemente solo l’aspetto della sfilata. Dietro questo c’è, invece, parecchio altro. Oltre all’opera principale, quella delle società che sfilano e senza le quali il carnevale non sarebbe nemmeno pensabile, è necessario un notevole impegno, poco appariscente e per lo più misconosciuto, noioso, poco creativo e specialmente poco gratificante: raccolta sponsorizzazioni, pratiche per permessi comunali, sicurezza, viabilità, assicurazioni, contatti con bande, tenuta contabilità, servizio d’ordine, organizzativo e di sicurezza, cura dello stand gastronomico, ecc:. Un aspetto particolarmente delicato attiene alla decisione se eseguire o meno la sfilata nonostante le non promettenti condizioni metereologiche. E’ sempre una decisione difficile perché deve essere presa il mattino presto, in modo che gli intrattenitori che vengono dietro compenso (bande, majorette, sbandieratori), applichino tariffe scontate (questi gruppi si pagano ugualmente anche in caso di sfilata annullata). Si vorrebbe essere maghi nello scoprire che, a posteriori, tutti avrebbero conosciuto la situazione metereologica del pomeriggio.
Il finire degli anni ‘80 fu il periodo peggiore per il carnevale: l’età dei fondatori e, purtroppo, la dipartita di alcuni, le aumentate spese, l’aumentare degli adempimenti burocratici dovuti ai nuovi tempi ed alla dimensione che la festa aveva assunto, ne misero in dubbio lo stesso proseguo tant’è che pareva possibile che l’edizione dell’anno 1989 potesse essere l’ultima. Il sistema col quale si raccoglieva il denaro necessario, basato principalmente sul porta a porta, appariva inadeguato, improduttivo e non più praticabile: era necessaria una svolta. Fu in quel momento che di fronte alla possibilità che tutto potesse finire fu avviata una gestione di tipo pragmatico ed aziendalistico, adottando metodologie diverse di reperimento dei fondi e con la ricerca di sponsor stabili e di levatura. I dubbi erano tanti, in particolare quello del poter conservare comunque l’antico carattere del carnevale e di non trasformarlo in fiera o comunque in qualcosa di troppo diverso da quella spontanea, irriverente, balzana, festa di popolo che era sempre stata.
Il tentativo riuscì, anche perché, e forse non per caso ma per merito di alcuni, proprio in quegli anni si formarono nuove società composte di giovani che con le loro idee e il loro entusiasmo nella realizzazione dei carri rivitalizzarono la sfilata. Motori di questa svolta furono Claudia Bruni e Franco Maestri, credo si debba anche a loro se il nostro carnevale si è conservato fino ad oggi e per oltre quaranta anni, evolvendosi inevitabilmente per sopravvivere, ma senza perdere la sua originalità. Della vecchia tradizione credo si sia persa solo l’abitudine all’uscita del Martedì sostituita da una seconda Domenica di sfilata. Se però quel Martedì costituiva per Piumazzo una vera giornata festiva (tant’è che molte ditte restavano chiuse), così non era per i comuni limitrofi e si rischiava di intasare inverosimilmente ed inutilmente il paese in quella che sarebbe stata l’unica domenica di sfilata.
Da sempre osservatore del fenomeno carnevale, mi sento di porre l’accento, senza tema di cadere nella retorica, su come tanta gente lavori al di sopra di schieramenti, appartenenza, ruolo e convinzione. Anche se le contrapposizioni politiche furono, diciamo così, “stoppate d’ufficio” con la messa al bando di ogni possibile tema che potesse suscitare attriti, sappiamo che questo non sarebbe bastato di fronte alla nota animosità dei piumazzesi, se non ci fosse stata, anche individualmente, una lettura corretta dello spirito della manifestazione con atteggiamenti conseguenti ed un autocontrollo totale. Dimenticare le contrapposizioni, anche quando si tratti di una semplice festa, non è così scontato quando si vede che spesso, all’opposto, le occasioni di conflitto emergono oltre la loro reale valenza.
Si dirà che il carnevale è una ben piccola cosa, ma se non altro dimostra che i desideri possono anche avverarsi. Nonostante il tanto parlare di superamento delle divisioni ed apertura, non ho mai visto collaborazioni tanto protratte nel tempo e pacifiche tra enti, associazioni e persone di estrazione, convinzioni, gusti profondamente diversi. Nel carnevale di Piumazzo operano fattivamente da anni, a volte con ruolo complementare ma spesso con i medesimi compiti, tutte le espressioni del territorio: comitato carnevale, Amministrazione comunale, parrocchia, ARCI, AVIS, AIDO, La buona nascita, Bosco Albergati, la scuola dell’infanzia parificata parrocchiale e quella comunale, la scuola materna, la scuola elementare Tassoni, la cicloturistica La torre (affiliata all’ARCI), la cicloturistica Pedale Piumazzese (affiliazione UDACE). In un piccolo paese si può scrutare anche di più e cioè che partecipano: i frequentatori della parrocchia, i frequentatori del circolo P.D., gli adepti della Lega Nord e dell’I.d.V, le famiglie tradizionalmente di destra, le famiglie tradizionalmente di sinistra, le famiglie mangiapreti, le famiglie straniere di altre fedi e costumi… scusate se scordo qualcuno.
Credo che sia corretto citare anche taluni aspetti negativi. Alcune delle peggiori caratteristiche umane si manifestano fortemente di fronte a quella che è proposta come una manna, un lancio di ricchezze provenienti dal cielo (caramelle, figurini, ciabatte, salumi) che pare si debbano accaparrare ad ogni costo, spingendo, sbraitando ed anche inveendo con chi sta di fianco, provocando rallentamenti nella sfilata e rendendola meno sicura. Ciò è eticamente disdicevole poiché sono i più bisognosi ad accalcarsi, spesso extracomunitari, come se il carnevale dovesse atteggiarsi a magnanimità è carità, come se fosse gratificante sentirsi potenti, importanti, dispensatori di ricchezza ai derelitti. C’è poi chi non esita a calpestare le mani dei bambini per portarsi a casa quanta più merce può: dolciumi e salumi almeno per una settimana. Nel 1995, una delle società carnevalesche, stanca di queste figure al seguito del carro, dispose a terra uno dei propri personaggi che, munito di una roncola, aveva il compito di tagliare furtivamente le sportine di plastica di quegli adulti che avendo già gerle stracolme si adopravano per non lasciare nulla agli altri, e il taglio avveniva sempre in mezzo alla folla, con l’invito rivolto ai bambini che c’erano intorno di raccogliere tutto il gruzzolo… a carnevale ogni scherzo vale!
Ultimamente, alle società tipicamente Piumazzesi, si sono aggiunte quelle provenienti da altri paesi: “La città degli alberi” da Cavazzona, espressione del gruppo che gestisce Bosco Albergati presente dal 1994; la società “gli artisti del Sabato”, di Gaggio di Piano dal 2003 col carro “Pinocchio”; la società “I Bumbardé” di Anzola Emilia dal 2005 col carro Lupin III; la società “gli intoccabili” da Spilamberto dal 2000, la società “Gruppo Omar’s” di Calcara dal 2005 col carro “La fattoria”.
Riporto la cronologia dei protagonisti del Carnevale dei ragazzi di Piumazzo con l’indicazione della loro prima realizzazione e la data relativa; ne traspare un gusto semplice e sincero e l’enorme vivacità. La mole di lavoro svolto è enorme, alcuni gruppi sono composti da decine di aderenti e col turn over di membri, società e denominazioni che c’è stato, si può dire che quasi tutto il paese abbia, prima o poi, fatto parte del carnevale.
1967 – Tuba e Stabiat (Vasco Boni e Sergio Zironi) – “Il risciò” – (performance imprevista all’asilo)
1968 - Tuba, Stabiat e Pino (Giuseppe Garagnani) – “Il domatore e l’orso” – (apparizione, ovviamente senza invito, al cinema Corso di Castelfranco Emilia in occasione dello spettacolo di carnevale)
1970 – Tuba (Vasco Boni) – “La portantina” – primo carro “solo” di Tuba
1970 – Pino e Stabiat (Giuseppe Garagnani e Sergio Zironi) – “Nerone e Messalina”
1970 – Bevi Manco – “La clinica del Dott. Bustilli”
1970 - Piein, Talpo e Truman (A. Mazzoli, G. Pedrazzi e N. Ancelli) – “La bat dal pèss” (la botte del piscio) – coriandoli sparati dallo spargi liquami, il carro prenderà poi l’appellativo de “I Pompieri”
1970 - Donato – “La biciletta gigante”
1970 – I trita gatti – “Al Fatah”
1971 – Lo spuntino – “ I Gitani”
1971 – Pino, Stabiat e Gaber (Gabriele Covili) – “Raffaella Carrà e Orietta Berti”
1971 – Gli indecisi – “La classe degli asini”
1972 – Club 3P – “Biancaneve e i 7 nani”
1972 – Marco e Mariat (Marco Serra e Mario Vignoli) – “La vasca da bagno da corsa”
1972 – Il trenino (Mario Corsinotti, Giuliano Magni) – “Il trenino”
1972 – Gli invidiati – “I romani e i Galli Boi”
1972 – La torre (Adelmo Vignoli, Paris Dondi, Paolo Vignudelli) – “La torre di Piumazzo”, il simbolo del carnevale
1973 – Olio e Charlot – (Giuseppe Garagnani e Sergio Zironi) – “Olio e Charlot”
1975 – L’osteria (A.Melotti, S. Salsi, G. Salsi) – “L’osteria” (mescita e distribuzione gratuita vino… tanti clienti…)
1976 – La fiacca – “Gli eschimesi”
1977 – Felice Allegria – “A scuola di magia”
1978 – Gli stuzzicadenti – I pellerossa all’attacco del cavallo di fuoco
1979 – I maichieti – “Il Paradiso terrestre”
1981 – I Semprelenti – “I Messicani”
1982 – Charlot (da solo) – “Charlot”
1983 – Angiuliein (Angelo Garelli) – “Il Giapponese”
1983 – Charlot e Giovanna – “Charlot”
1985 – 3P Junior – “I pajaz et Pimaz”
1989 – I Biasanot – “Le majorette di Piumazzo”
1989 – Saremo famosi – “Le due torri”
1989 – I Trampolai – “Piumazziadi”
1990 – I Brutos – “Lambada”
1990 – Società del porcellino (Armando Mazzucchi, Gianni Santi, Gianni Garagnani) – “Vino e vivande”
1991 – Club dei Belli – “I belli sulla Prinz”
1993 – I quattro dell’Ave Maria – “ Moulin Rouge”
1999 – Santi, Costantini e Boni (Stefano Santi, Cristian Costantini, Giovanni Fancinelli) – “Don Chisciotte”
1999 – Havana Club – “Grease”
2000 – Malcantone – “Le belle di Piumazzo”
2000 – Le iene – “Balle spaziali”
2001 - I rubatatt – “La nave dei pirati”
2003 – I sdaz – “Antartide a Piumazzo”
2004 - I Ballerini – “Primavera”
Il filmato che ho preparato per La Carbonara blog e che potete vedere qui sotto, è formato dai numerosi spezzoni attinti da bobine 8 e super 8 in mio possesso contenenti filmati inediti dai quali traspaiono in modo netto il carattere e la schiettezza dei protagonisti delle sfilate del carnevale di Piumazzo. Inizia con una datata chicca del 1982, un po’ trionfalistica e di gusto guareschiano, per proseguire in ordine cronologico con riprese degli anni 1971, 1972, 1973, 1980, 1984, 1985, 1990. La durata è circa di dodici minuti. E’ bello vedere figuranti che ora svolgono ruolo di medici primari ospedalieri o di dirigenti industriali alle prese con tute mimetiche e colabrodo.
Scordare qualcuno o qualcosa è facile. Trattando di un argomento che ne ha visto interprete tutto il paese, non sarà mai possibile farne una storia esaustiva e precisa. Per approfondimenti specifici e puntuali rimando al volume di Giovanni Santunione sul carnevale edito dal Comitato del Carnevale dei ragazzi di Piumazzo nel 1996. A chi interessasse, sono ancora disponibili copie di questo libro (prezzo popolare come il nostro carnevale) presso Arcadia Foto Via dei Mille 138 Piumazzo (arcadia.foto@alice.it) e presso l’associazione La Carbonara contattando questo stesso sito (redazione@lacarbonarablog.it). L’eventuale incasso servirà al Comitato per le tante spese: SIAE, coriandoli, caramelle, contributi ai carri, banda, majorette, sbandieratori, strutture, ecc. L’ingresso al Carnevale dei ragazzi di Piumazzo è sempre gratuito.
Willer Comellini
IN ESCLUSIVA
Carnevale di Piumazzo
1971-1990 ©Arcadia foto - Willer Comellini






















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