“Se avessi voluto, avrei ancora potuto salvarmi, e non solo dall’ergastolo, ma anche, e per quanto sia spiacevole dirlo, da me stesso”. (Marco Lentini)
Venerdì 4 marzo. E’ una di quelle sere che passerei volentieri in casa. Seduto sulla mia sedia a dondolo, davanti al televisore spento. Nel mio angolino. Al caldo. All’asciutto.
Invece, attirato da un invito che strilla come sottotitolo “una storia vera“ ( sono cose che intrigano “i carbonari“), ho deciso di uscire, sperando che non sia l’ennesimo falso movimento. Alla sala conferenze “G. Degli Esposti” della biblioteca comunale di Castelfranco è in presentazione un libro pubblicato di recente , “Io … l’assassino” è il titolo.
E’ un libro autobiografico pubblicato dai tipi della Giraldi Editore (costo,16 euro). Ma non è un libro come tanti altri. Il suo autore è stato realmente quello che il titolo dice.
Questa non è una novità. Molti scrittori, alcuni anche famosi, hanno varcato le soglie delle carceri, nel corso del tempo, per svariati motivi, alcuni nobili, alcuni meno, altri facoltativi.
La novità, almeno per il sottoscritto, è quella che l’autore in persona narrerà la sua drammatica odissea. Drammatica anche per i molti che hanno avuto a che fare con lui, che non sono usciti dalle tenebre, e uno vi è rimasto per sempre.
Marco Lentini è lo pseudonimo dietro cui si cela l’autore. Nato a Mantova nel 1960, arrestato la prima volta nel 1980, nel corso della sua vita è finito in carcere parecchie volte per un totale di circa 14 anni.
La serata sarà praticamente un confronto a tre. Moderata da Alessandro Bini, è introdotta dal Sindaco Stefano Reggianini: “Quando l’editore mi ha proposto di presentare, nella nostra città, un testo scritto da un ex carcerato, dopo averne preso visione, ho accettato con piacere perché il libro colpisce profondamente. – ha detto Reggianini – Sono Sindaco da circa due anni e, anche se non è molto, ho già avuto diverse occasioni per visitare e confrontarmi con la dura realtà del carcere cittadino. L’idea che mi sono fatto è che, purtroppo, il nostro sistema detentivo non risponde alle esigenze riabilitative dei detenuti. Questo libro ci mette di fronte al problema della riabilitazione e del reinserimento delle persone che hanno commesso dei crimini nella società.
Come tanti altri, praticamente tutti, anche il nostro carcere è situato in un luogo non contiguo al centro urbano, avulso da tutto il resto che lo circonda. La nostra Amministrazione ha espresso e sostenuto un efficace ‘terzo settore’ che ha sempre operato in osmosi con la direzione del carcere, per affrontare i problemi che hanno gli internati.
E’ difficile coinvolgere le persone su questi temi, per questo ringrazio i presenti (una decina, ndr.). Questo libro è un insegnamento per tutti noi. Dimostra come può realizzarsi un completo percorso riabilitativo di un detenuto“.
La parola passa al sig. Alessandro Bini: Quello che stiamo presentando è un libro diverso, non vi sono intrighi, vicende sessuali, ecc., e ha tre diversi livelli di lettura. Il primo, è la storia della vita dell’autore, che ricorda quella di Papillon descritta in un libro da Henri Charrière negli anni Settanta e da cui venne tratto un film che ebbe grande successo. Il secondo livello, ci mostra il percorso fatto da Lentini e la sua uscita dal mondo del crimine. Una vita che tocca il suo tragico apice quando, durante una rapina, un gioielliere finisce ammazzato. Il terzo livello, è l’analisi sociale e politica di cosa significa essere puniti, e quello che ne risulta.
L’autore si chiede che senso ha finire ingabbiato se l’unico risultato che si ottiene è che quando si è scontata la pena si esce dal carcere solo per ritornarvi.
Questo libro non è soltanto una autobiografia, ma ha anche un valore letterario. Sono un editore e molti sono i libri che leggo; parecchi hanno valore per chi li scrive e per una ristretta cerchia di persone vicine all‘autore, ma non è detto che questo valore possa essere trasmesso ai potenziali lettori, come invece “Io… l’assassino” riesce a fare. Marco Lentini è qui con noi, lui è l’assassino. Non accampa scuse, è stato beccato, ha scontato la pena, si è pentito“.
Si alza in piedi Marco Lentini. Scandisce bene le parole, anche se l’emozione lo tradisce un po‘. Dice: “Il libro che ho scritto è nato da una grande sofferenza perché ha causato la morte di una persona. Ho passato la mia vita a delinquere, dall’età di 17 anni fino a quando, a 40, mi hanno fermato.
Ho commesso tutti i tipi di reato, quelli della vecchia malavita; furti, rapine, estorsioni, spaccio.
Mi piaceva quella vita. Nell’estate del ’99 purtroppo una persona è morta. E’ morta mentre cercava di difendere il suo lavoro, la sua vita. Era un gioielliere … quello che era con me ha sparato … lui è morto … per me è stato uno shock … ha cambiato la mia vita.
Mi sono trovato in carcere e da allora ho cercato di non rendere la mia vita inutile. Ho cercato di darle un significato, di non passare gli anni in branda a guardare la televisione.
Ho frequentato il liceo e mi sono diplomato nel carcere di Ferrara. Dopo ho iniziato a scrivere. Adesso ho parecchi manoscritti nel cassetto.
La paura che non conoscevo, nella malavita non si ha paura, ha iniziato a tormentarmi. Infine ho iniziato un percorso religioso che mi ha portato alla conversione religiosa, sono diventato buddista .
Devo ringraziare molte persone che mi hanno aiutato. Gli insegnanti che mi hanno spronato a studiare. I volontari che operavano nelle carceri che mi hanno fatto capire cosa sono i rapporti umani. Il fatto che impiegano il loro tempo a seguire e ad aiutare i carcerati, persone che hanno fatto del male, è stato molto forte per me sotto l’aspetto emotivo”.
“Il tuo non è stato solo un percorso di redenzione – dice Bini – ma anche di tradimento, perché hai tradito non solo i tuoi compagni di vita, ma anche te stesso e quello che eri stato fino ad allora. Sei diventato un collaboratore di giustizia”.
“Sì, sono un ex-detenuto e un collaboratore di giustizia – risponde Lentini – .Questa è stata per me una scelta sofferta. A un certo punto avevo pensato di suicidarmi. Ne sono uscito grazie a una suora. Ma in realtà io avevo già tradito. Avevo tradito i miei cari, avevo tradito mio figlio che allora aveva 5 anni, e non ha avuto un padre. Rinnegare la propria vita non è semplice”.
“Ti vorrei chiedere ora – continua il Bini – della persona che non c’è più, quella rimasta uccisa durante la rapina. In una parte del libro parli di incubi, a questo riguardo”.
Lentini pare colto da un attimo di panico, e direi che fa uno sforzo notevole per rispondere a questa inquietante e bruciante domanda: “Ci sono voluti anni per arrivare a capire quello che avevo fatto, al rimorso. Il motivo scatenante è successo alcuni anni fa, avevo degli incubi allucinanti. C’erano tante stanze piene di scarpe e mobili rotti … io correvo … le stanze non finivano mai … non c’era uscita … la persona morta mi inseguiva!
Questi incubi sono durati anni. Cercavo di capire da solo, e non ho mai chiesto aiuto a nessuno. Dopo la mia personalità si è sviluppata verso il buddismo. In questa religione si recitano, due volte al giorno, le preghiere per i defunti. Io le recito per lui”.
A questo punto interviene il Sindaco Reggianini per domandare: “E’ un racconto che colpisce. Nel suo percorso verso una nuova vita avrà avuto momenti di sconforto, se pensiamo al luogo che è il carcere. E’ importante per noi capire le motivazioni che l’hanno spinta a cambiare radicalmente se stesso. Come è possibile non ricadere nella vita precedente? Che benefici traggono i detenuti dal lavoro che i volontari svolgono dentro al carcere? Ha mai pensato di diventare uno di loro, un volontario che opera nel carcere cercando di aiutare le persone recluse?”.
“Ci ho pensato – replica Lentini – ma non posso entrare nelle carceri fino al 2019, sono un pregiudicato che usufruisce di una misura alternativa alla detenzione. Ho dei rapporti con altri detenuti tramite lettere. Gli scrivo cercando di aiutarli. Sono stato invitato in diversi licei per raccontare agli studenti la mia esperienza. Quando sei detenuto non sei più una persona. Avevo una insegnante che spesso nei fine settimana andava a Parigi, quando tornava mi raccontava tutto di quella città. Un’altra insegnante si recava a volte in Africa e mi parlava di quegli spazi sconfinati. Quando sei in carcere non vedi nulla. Soffrivo da morire. Un’altra ancora, sapendo che ero goloso di cioccolata, se la nascondeva nel reggiseno per potermela portare. Queste sono state per me, dopo una vita vissuta nel più totale egoismo, scoperte importanti, conoscere simili persone una cosa totalmente nuova.
Vorrei anche parlare di come funziona il carcere oggi, voi dovete sapere. Oggi le carceri non redimono nessuno, sono una università per il crimine. Sono solo punitive e non rieducative.
Quello che dovrebbe importare a tutti è che una persona, dopo aver scontato la sua pena, esca migliore di quanto è entrato in prigione. Lo Stato dovrebbe investire risorse nel carcere, è nell’interesse di tutti. Non serve inasprire le pene, I discorsi morali lasciano il tempo che trovano. Il costo per detenuto è di 180 euro al giorno. Sono soldi buttati perché non risolvono niente. Sarebbe meglio consentire ai carcerati delle attività di studio e lavoro. In carcere chi non ha soldi non può studiare. Sono i volontari che, quando possono, portano materiali, penne, fotocopie.
Altro esempio. Nel carcere di Ferrara ci sono due psicologi che, per venti ore alla settimana, devono occuparsi di 500 detenuti. Poi, non viene detto mai come si vive nelle carceri
Dovete anche sapere come si sta nelle celle, dove i detenuti restano 22 ore al giorno. Sono luoghi di 7 metri quadri dove vivono dalle 3 alle 4 persone quando va bene, spesso ci si sta anche in 5. Tolte le brande restano 40 centimetri di spazio. Possono alzarsi in piedi, nella cella, ma non possono muoversi.
L’inasprimento delle pene, come gli Stati Uniti insegnano, non serve; servono recupero e reinserimento. Termino ricordando che la maggioranza dei reclusi non hanno possibilità economiche, e quando vengono scarcerati si ritrovano senza nemmeno un euro in tasca. Per mangiare, per dormire, sono obbligati a delinquere di nuovo. Investire risorse nelle carceri non vuol dire sprecare denaro pubblico, vuol dire cercare di creare una società migliore“.
Il Sindaco conclude la serata citando Dostoevskij: “La civiltà di un paese si misura anche sulle condizioni delle carceri”. Se è così, siamo alla canna del gas.
L’incontro è terminato. Acquisto il libro come del resto fanno i presenti. Scambio alcune parole con l’autore che mi scrive una dedica all’interno: “Rifiutarsi di essere sconfitti è già una vittoria”. Come avrà saputo che sono di sinistra? Gli stringo la mano facendogli gli auguri per i lavori a venire.
Uscendo dalla sala mi ritrovo nella piazza deserta antistante la biblioteca. Nemmeno un’anima in vista. Nessun rumore. Sono preso dallo sconforto. Che abbia ragione il “gran capo” dei padani locali quando afferma che i castelfranchesi sono terrorizzati ad uscire di casa dopo le otto di sera?
Decido di andarmi a sparare una birra. Il locale è strapieno! Respiro di sollievo. Esiste ancora una società, ma non si trova mai dove credi che sia.
Ilario Salvatori












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