“Quei tre”: quando la bellezza non si discute

31 agosto 2011
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Simonini-Tavoni ©Ph. Willer Comellini

Orgoglio e soddisfazione, da parte dell’Associazione Culturale “La Carbonara”, per il successo ottenuto con la mostra d’arte intitolata “Quei Tre”, il nostro “progetto n° 7” proposto per la prima volta a San Cesario, nelle sale espositive di Villa Boschetti, e accolto con fiducia e disponibilità da parte dell’assessorato alla Cultura del Comune di San Cesario. In mostra: 15 opere di Antonio Celestino Simonini, soprattutto del periodo accademico/post-cubista dei primi anni ’50 e quattro monotipi del ’58 (più uno), tutti di proprietà del collezionista bolognese Giancarlo Fortini; 15 quadri di Paolo Rimondi (dal 2009 al 2011) e 19 sculture di Angelo Tavoni, dal ’55 ad oggi, tra le quali la famosa fontana dei due fiumi.

Rimondi-Tavoni

La mostra è stata inaugurata il 17 agosto ed è proseguita fino a lunedì 29 agosto, ma non è finita: ci sono ancora tre giorni a disposizione degli “ultimi” visitatori, venerdì 2, sabato 3 e domenica 4 settembre, dalle ore 19 alle ore 22,30.

La fontana di Tavoni

Lunedì 22 agosto, presso la sala polivalente di Villa Boschetti, l’architetto castelfranchese Andrea Capelli ha illustrato i contenuti della mostra, o meglio, in quanto “critico delle realtà storiche e culturali del nostro territorio”, come egli stesso si è definito, piuttosto che critico d’arte, l’arch. Capelli ha analizzato le differenti personalità artistiche di “quei tre”, che in comune hanno la provenienza geografica, come nascita ed operato (Castelfranco Emilia), in relazione agli ambiti storico-culturali dove, sebbene in diversi archi temporali, sono cresciuti. Quasi in contemporaneità Simonini e Tavoni, l’uno del ’27, l’altro del ’36, entrambi di Piumazzo ed entrambi figurativi, osservatori “di crinale”, con una formazione artistica proiettata prevalentemente verso Bologna, per l’ambiente classico “respirato” all’accademia clementina; diversamente, Rimondi (classe 1951), la cui attività artistica inizia nella metà degli anni ’80, appare alla ricerca di un linguaggio che deve ancora fondersi con la millenaria cultura padana, proiettato verso una neo pop-art, verso “l’alba del nuovo millennio” che, in “un viaggio senza una partenza” e creando un nuovo “alfabeto”, fa incontrare la civiltà occidentale alle altre, com’è la realtà di oggi: apolide, ricca di influssi positivi, colorati, dipinti in uno specchio dove riflettersi per unirsi all’altro.

Simonini-Tavoni

“Una mostra ordinata secondo un criterio di alta qualità, che rende l’idea delle tre differenti personalità degli artisti”, ha detto Capelli nel corso della conferenza di cui vi riassumo qualche passaggio e invitandovi a visionare il video (integrale) allegato in fondo all’articolo.

“Castelfranco, luogo di passaggio, legato ad una fase di transizione, antico forum romano, località formata all’inizio del ‘200 dai bolognesi…La loro comune origine e la localizzazione operativa è fondamentale per inquadrarli in questa terra di confine, in un ambito tra Modena e Bologna che è un ambito di pendolarismo fisico, storico, sociale e anche culturale…

Conferenza del 22/8/2011

Simonini, pittore, scultore, incisore, ceramista, allievo di Guidi, Mandelli, Morandi (per le incisioni), ha attraversato tutti gli “ismi” del ‘900, senza mai spersonalizzarsi, ma sperimentando nuove vie con entusiasmo e mai da “eclettico” nel termine letterale del termine, mantenendo sempre il proprio lirismo poetico, la propria struttura che è intimamente cubista ma che è anche bidimensionale (come Rimondi). Simonini è figurativo, nei paesaggi e nei ritratti, talvolta espressionista e astrattista informale e viaggia molto veloce: da Cezanne al Cubismo, dall’espressionismo post-bellico agli studi futuristi, da un clima di impostazione naturalistico alla sperimentazione geometrica – con la scultura – negli anni ’60…

Arch. Andrea Capelli

Come figurativo è Tavoni, nella sua serie di “cavalli” dal taglio futurista (elemento della scomposizione post-cubista), nelle figure, nelle crete, con il cotto, il gesso e la sanguigna… Allievo di Drei, Tomba, Carpigiani, Mastroianni, come Simonini proviene dall’ambiente classico dell’Accademia di Belle Arti. La sua opera affonda nell’antico, nel ‘300, sempre però alla ricerca di punti di vista diversi (come Simonini).

Rimondi si forma invece a Modena, all’Istituto d’Arte, discepolo di Pompeo Vecchiati, in un ambiente il cui testo fondamentale è “Il gusto dei primitivi” del Venturi. La differenza tra Rimondi e Tavoni-Simonini si nota (pesa il dato anagrafico ma anche l’ambiente formativo)… Con Rimondi siamo in una fase che apre al secolo successivo, pur affondando le radici in molti elementi comuni a Simonini e Tavoni. La sua pittura è sintesi estrema, colore puro senza sfumature, con riferimenti all’arte bizantina e italiana tra il ‘200 e ‘300… La pittura come un linguaggio popolare, comprensibile a tutti, una “storia di viaggio” che parte dalle civiltà preincaiche fino alla nostra, mutata dalle contaminazioni. E’ un momento di ricerca nuova, di arte nuova, di comunicazione”.

Simonini-Tavoni ©Ph. Willer Comellini

Così l’architetto Capelli, da critico dell’area culturale, ha concluso la sua conferenza: “La bellezza dell’arte, così evidente di fronte a un’opera di Simonini, di Tavoni o di Rimondi, abbandona l’ansia di fare cose nuove. La bellezza è tale quando abbiamo “l’impressione di averla già vista”, o meglio ci viene incontro come una reminiscenza aristotelica: la sensazione di vedere, di recepire un’opera d’arte, che non nasca necessariamente dal fatto che si mettano elementi nuovi, come accadeva invece nel ‘900, quando c’era l’ansia della novità. Credo sia il contrario: e in queste opere, di tutti e tre, c’è la capacità di reiterare.

Cito Kierkegaard: La ripetizione è una compagna amata di cui non ci si stanca mai, siccome è solo il nuovo ad annoiare, il vecchio non annoia mai e la sua presenza rende felici. La vita è una ripetizione e in ciò sta la bellezza della vita.

E questa bellezza si ritrova in questi tre artisti legati al nostro territorio: i tre castelfranchesi più importanti della seconda metà del ‘900”.

Alessandra Consolazione

La mostra

RST, Rimondi, Tavoni, Simonini… l’abc

Nel parlare delle opere e delle azioni altrui mi prende sempre un po’ di pudore e spesso mi chiedo: – ma io, sarei capace di fare almeno altrettanto? – Normalmente concludo in fretta che non vale mai la pena tacere, che l’audacia non sia peccato e confido che buon senso, concretezza e pertinenza forniscano l’assistenza necessaria. Ascoltando parabole e proclami che avvolgono il nostro udire, mi convinco sempre più che se esistesse un principio di umiltà plausibile e riconosciuto allora vivremmo in un mondo silente. Così parlo, così mi appare sempre preferibile rischiare e gettarmi nella mischia.

Rimondi-Tavoni ©Ph. Willer Comellini

Della mostra, dei perché e percome ha già scritto Alessandra. Io proverò a dire perché ciò che ho visto in questa mostra e la mostra stessa, mi siano piaciuti. Proverò a farlo senza ricorrere alla filologia della critica d’arte e cercando di ignorare, per un attimo, commenti antichi e nuovi sbocciati attorno ai tre artisti. Disattenderò, quindi, l’uso degli aggettivi con i quali da qualche tempo ognuno dei tre artisti è etichettato: classicheggiante (Tavoni), eclettico (Simonini), primordiale (Rimondi).

Inizio con Rimondi. Sovvengono altri aggettivi, taluni potrebbero essere fraintesi o sminuire l’artista: decorativo, bohèmien, delirante. Credo che nessuno di questi aggettivi rappresenti la sua arte.

La connessione tra arte e il suo esecutore non è mai essenziale, un’opera d’arte è quel che è (anzi è quel che di sé fa leggere) indipendentemente dall’esecutore. Un’opera d’arte che si fa valorizzare da una didascalia o da una descrizione è un’opera debole, un’opera d’arte che trae forza dal nome dell’esecutore, non è più tale o, più pragmaticamente, chi la guarda non è un buon lettore. Per questo almeno due di quegli aggettivi sono sbagliati, saremmo così inconsistenti da dare un giudizio diverso a quelle stesse opere se l’esecutore fosse stato un tranquillo ragioniere od un impiegato al catasto?

Paolo Rimondi ©Ph. Willer Comellini

Non si può non notare che in una poetica così scevra da rappresentazioni stereotipate, così intrisa d’inquietudine in quella separazione quasi schizofrenica di umori, in quella differenziazione di formelle, c’è alla fine una tenera aspirazione a pace e serenità in una disposizione geometricamente precisa e gravitazionalmente probabile di ognuno di quei tasselli balzani che trovano così senso e sistemazione. M’immagino quelle figure ruotare su se stesse e su ciò che gli farà stabilmente da supporto, spostarsi da un angolo ad un altro dello spazio pittorico per sistemarsi alla fine al loro posto, creando una piacevolezza estetica nella collocazione dei colori e nella gradevolezza dell’insieme, E’ stato questo, forse, quell’incanto estetico a creare per Rimondi l’attribuzione di quell’aggettivo: decorativo. Io lo trovo, invece, un artista viscerale che riesce a parlare di cose importanti attraverso semplici ideogrammi, pregnanti ma affatto protervi, affatto volgari come solo l’arte sa fare.

Un mondo difficile per l’uomo, che può essere di volta in volta una qualsiasi di quelle formelle, girato a destra, girato a sinistra, chiaro, scuro, verde o il suo complementare rosso. Diversi atteggiamenti, diverse umanità possibili e contrastanti: l’insondabile, il relativo, l’incerto, la forza di scrutare oltre le visioni consuete e tranquillizzanti, la difficoltà di una sintesi possibile, di una scelta, di una sistemazione o di una possibile armonia tra tutte le formelle, tra tutte le visioni possibili.

C. Simonini, monotipi: tributo a G.Capogrossi e L. Fontana ©Ph. Willer Comellini

Ripetizione e tensione plasmate utilizzando un alfabeto archetipico fatto di minute raffigurazioni in una scrittura ideografica della mutevolezza e di atteggiamenti disordinati, folli, inquieti.

Un’operazione di smembramento che non riguarda solo il significante e il metodo, che non investe la materia pittorica ad emulazione di divisionismo e puntinismo ma che in modo nuovo ne investe la raffigurazione stessa. Oggi tutti portiamo a spasso il mouse per il tavolo e clonazione virtuale e copia/incolla parrebbero facili surrogati della fatica dell’artista per descriverne tecnica, e genesi materiale dell’opera. In questo caso il clone non appare una scorciatoia esecutiva o linguistica, ma è un elemento dell’opera, di una ripetizione non fine a se stessa ma portatrice di contenuti.

L’accostamento di Rimondi alle tecniche del mosaico o all’esecuzione di polittici non appaiono adeguate. Relativamente al mosaico le figurine di Rimondi non sono tasselli minuti della rappresentazione figurativa generale (a guisa di puzzle), ma sono l’intera rappresentazione reiterata. Circa l’accostamento all’esecuzione a polittico, invece, si può osservare che se è vero che anche le parti del polittico non sono, al pari delle opere di Rimondi, tasselli della rappresentazione generale, rappresentano però sempre diverse scene in vario modo tra loro attinenti e coerenti, ma mai cloni (o cloni variati) della medesima rappresentazione.

Simonini-Tavoni

Se proprio si volessero cercare referenti questi vanno semmai cercati nella pop art o nelle raffigurazioni etniche delle antiche civiltà andine. Penso ad Andy Warhol ed alle sue sequenze. Penso al grande pannello della dinamica di un incidente stradale conservato alla Tate Modern di Londra, tasselli che pur non del tutto simili tra di loro appaiono fotogrammi di una rappresentazione, sia temporale sia di location, estremamente prossimi tra loro. Penso ai famosi pannelli che ritraggono più volte lo stesso volto (famosi quelli che ritraggono Marilyn Monroe) o scena nella stessa posa al Moma di New York. Mentre Andy Warhol lavora principalmente su cromia, inversione tonale o solarizzazione con un touch di evidente derivazione fotografica o sulla sequenza e la rapida registrazione d’immagini come fossero fotogrammi cinematografici, Rimondi varia i suoi tasselli principalmente con la geometria, anzi con simmetria ed asimmetria, con riflessioni e specularità dove, alla pari di Andy Warhol, le sfumature non sono più essenziali, ma rischierebbero, anzi, di alterare l’essenza delle cose occultando la crudezza del rappresentato, enfatizzandone aspetti interpretativi o visioni retoriche.

L’osservatore può godere così, di un universo espressivo basato su insondabili regole emozionali di forza quasi antropologica (da qui forse l’equivoco del Rimondi pittore primordiale) che dialogano attraverso percezioni corporali e spirituali ma mai meramente cerebrali.

Simonini: parlare di lui mi è talmente facile, leggero, pesante… faccio veramente fatica ad essere oggettivo ed a rispettare io stesso quell’assunto iniziale… “un’opera d’arte è quel che è indipendentemente dall’esecutore”.

W. Comellini, Pagliaccio (grazie, prof. per avermelo fatto Lei!) ©Ph. Willer Comellini

Non parlerò del “personaggio”, impiegherei troppo tempo e non mi leggereste, ne ho già parlato ampiamente nella conferenza del 26 Maggio a Castelfranco Emilia. Le opere presentate qui, principalmente oli, risalgono alla metà fino alla fine del secolo scorso. Immagino sarà stata una scelta difficile e per forza parziale tra la variegata e smisurata produzione di Celestino, ma mi è parsa una scelta organica e coerente. Cinque monotipi: ce ne sarebbero voluti almeno cento per dare l’idea della sua produzione attraverso questa tecnica, quelli in bianco/nero, quelli più piccoli e con i colori più acquerellati ed inequivocabilmente figurativi, quegli stessi che furono esposti a Modena nel 2004 presso la galleria Punto Arte. Questo solo per dare un’idea del compromesso al quale i curatori abbiano dovuto soggiacere. La scelta delle opere esposte, nel loro insieme, mi è parsa volta alla sottolineatura dell’iter formativo dell’artista piuttosto che alla presentazione di una retrospettiva di opere o di un portfolio. Una scelta di spessore filologico, certamente valida tra le tante opzioni possibili poiché tutto non si sarebbe potuto mostrare. Così accanto alle matite degli anni ’50 troviamo i dipinti dei tempi delle Accademie, troviamo un po’ di post cubismo, troviamo anche una felicissima opera oggetto di una delle rare committenze.

Una buona mostra non si fa mettendo insieme le migliori opere di un artista poiché, l’allestimento, deve seguire logiche e percorsi coerenti. Se si fosse proceduto in quel senso ne sarebbe uscita sicuramente una mostra peggiore, una sommatoria di bei dipinti, il ché non fa sicuramente una mostra. Ho sofferto un poco non vedendo l’azzurro elettrico, il colore blu della carta per avvolgere i cardi, il verde acceso e ricco di gialli tipici di alcuni oli di Celestino, ma lui ha conosciuto Morandi del quale è stato allievo e non può non averne acquisito parte della sensibilità. Non può non avere prodotto, oltre ad opere che se ne distaccano completamente, anche opere che mostrano predilezione per quei colori da sottoscala tardo autunnale ove non entra mai il sole od entra per riflessione, dolce nei contrasti, freddo nei toni.

A. Tavoni ©Ph. Willer Comellini

Ciò che più colpisce di Simonini è la maestria nell’affrontare tutte le tecniche uscendone padrone. Di un buon pittore si dice volgarmente che abbia “una buona mano”; significa che sa usare gli strumenti, siano essi pennelli, bulino, mani, martello. Capita spesso di vedere opere ove “la mano” non c’è, lo capisci dal segno, lo capisci dalle gradazioni dei toni. Quelle sono le opere del dilettante. Anche nelle tecniche più inusuali e difficili non viene mai il dubbio che Celestino non sia padrone della tecnica. Guardate i monotipi esposti a destra nella prima sala entrando dal cortile, quelle trame non sono ottenute col lavoro certosino ed improbabile di una punta a china, non sono mera opera di amanuense, sono ottenute inchiostrando una matrice e premendovi sopra la carta. La delicatezza di quelle stampe, di quel risultato, di quelle sfumature dipendono da mille cose: la natura del pigmento, gli eccipienti della materia pittorica, la loro diluizione, la stesa leggera od abbondante, lo strumento utilizzato per la stesa, il tipo di carta utilizzato, la forza della pressa, il tempo di pressione, ecc.

A. Tavoni: è stato professore di educazione artistica presso le scuole medie di Castelfranco Emilia e per questo lo ricordiamo in tanti come un istitutore gioviale, buono e paterno qual era.

In aula, le spazzole per la lavagna avevano l’impugnatura di legno di faggio e sotto c’era l’imbottitura in feltro marrone. Tanti vorrebbero poter raccontare di essere stati in qualche classe 3a C del mondo, ma noi, che ci siamo veramente stati, ricordiamo quelle spazzole volare come missili dirette verso la fronte di qualcuno. Paterno, conciliante, generoso, ti seguiva durante le spiegazioni per essere sicuro che comprendevi e ti aiutava anche nelle prove disegno (v. la foto allegata del mio pagliaccio), ma qualche volta, ridendo e scherzandoci quasi su, era costretto a sfidarci ed a ristabilire un poco di silenzio con quelle bordate. Lo faceva giovialmente quasi fosse un gioco, ma noi, perché capivamo quel che c’era da capire o perché capivamo che la spazzola avrebbe fatto male, ci mettevamo tranquilli. A quei tempi non usava che i genitori accampassero certificazioni di psicologi e diffide di avvocati pretendendo di stabilire le regole in classe. Il metodo “Tavoni” o “faggio” funzionò benissimo perché quel triennio di sezione “C” non produsse alcun disadattato e formò, anzi, bravi studenti per le scuole superiori in misura maggiore delle altre sezioni forse per merito anche del legno di faggio. Questo è il primo ricordo che ho del “prof” assieme ad una tempera eseguita durante un compito in classe che lui mi dipinse quasi interamente per potermi dare la sufficienza.

Simonini-Tavoni

Le opere esposte di Angelo Tavoni sono quelle significative del suo percorso creativo, tutte esecuzioni particolarmente riuscite. Tavoni, più che gli altri due di “quei tre”, è un artista per la committenza. Non per questo compromesso gli è stato precluso il compimento di ricerche personali ed il riservare alle sue opere una particolare cura esecutiva. La plasticità delle sue prime sculture è evidente, uno stile essenziale e filante, un’eleganza concreta e senza fronzoli, statue che paiono Dei. Osservate l’espressività degli occhi e delle pupille ricavate con degli incavati (e dei pizzicati nelle crete), gli antichi usavano dipingere gli occhi delle statue per dare espressività allo sguardo anche se quelle giunte a noi hanno perso il colore, ora non lo si fa più se non sui legni. Dare profondità ad uno sguardo e simulare la trasparenza di un’iride lavorando su di una materia solo bianca o solo colore creta deve avere comportato parecchio studio. Mi accorgo ora, dovendo ritoccare vecchie fotografie, che la ricostruzione degli occhi e delle labbra sia la cosa più difficile. Parrebbe facile ma si rischia sempre di farne una ricostruzione fumettistica o caricaturale (angoli della bocca in alto per il sorriso, in basso per la tristezza, labbra carnose ben rilevate sotto il naso per le ragazze giovani (come le bambole ottocentesche o le geisha). Una volta Simonini mi spiegò come si ottiene quella trasparenza: attraverso applicazioni di colore bianco alternate con altri colori; un risultato, quello di Renoir mai eguagliato. La tensione estetica, della forma, della pulizia di Tavoni non travalica mai un certa sobrietà e virilità narrativa e non sconfina nel melenso o in una comoda e burrosa plasticità, surrogato da bancarella della statuaria classica.

Particolare impressione mi hanno fatto le opere nuove, i recenti umani/cavalli o cavalli/umani. Angelo scolpisce e plasma da tempo cavalli con approccio figurativo. La forza del cavallo, la sua anatomia e la sua morfologia sono un ottimo campo didattico e di prova per qualsiasi artista. Leonardo eseguì parecchi studi sul cavallo e quasi tutti gli artisti si sono cimentati con quella raffigurazione, un po’ per il suo valore simbolico, un po’ per le sue caratteristiche di espressività, movimento, vigore e un po’ per complessità oggettiva della sua rappresentazione figurativa.

Rimondi

Tavoni genera cavalli in posizione fetale che paiono nascondersi al mondo e non volerci entrare rifiutandolo e redarguendolo per le sue iniquità. Guardate la fotografia della scultura, trasmette un senso di turbamento. La statua non appare tale: un uomo/cavallo in scala 1:5, ma appare piuttosto un essere nuovo in scala 1:1, un alieno appena giunto da noi scioccato nella sua purezza e scandalizzato come un fanciullo da ciò che ha visto senza volerlo vedere. Anche la sua forma, la sua scorza e la sua pelle appaiono quelle di un lucertolone primordiale, forse anche tecnologico, mutante e mutato, proiettato da un secolo futuro ad un secolo ancora successivo come se ci si trovasse in museo zoologico (antropologico?) del quarto, quinto millennio d.C.

Tre artisti diversi, tre castelfranchesi, due del sottogenere piumazzese.

Tavoni, dall’intenso rigore formale nella ricerca di una compiuta precisione stilistica senza che questo comporti il rifiuto di nuove poetiche (si vedano a tale proposito le stupende terrecotte del presepe di Piumazzo conservato in cripta che, pur nella purezza formale, sono estremamente innovatrici rispetto all’iconografia classica presepiale: quel vento che spazza via i capelli dei protagonisti in contrasto anche con l’estasi delle narrazioni bibliche della Notte Santa, la mancanza della culla che porta tutti a dire: – ma Gesù non c’è?) –

Simonini-Tavoni

Simonini rivisita, trasforma e in parte rinnova, tutte le tendenze ed i movimenti pittorici dall’espressionismo in poi. Attraverso la grafica ed i monotipi crea alfabeti che rendono possibili racconti mai narrati da alcuno. Con la statuaria e l’utilizzo di materiali poveri ed inconsueti precorre l’arte dell’ultimo cinquantennio del secolo scorso. I manufatti sono parte di rilievo della produzione di Celestino e sono i meno in vista, i meno conosciuti. Il mio messaggio è che si possa allestire per il prossimo anno una personale in questi stessi locali o una collettiva assieme ad altri artisti locali che utilizzano materiali inusuali, sto pensando ad esempio a Claudia Collina e Maurizio Benassi, ma non solo.

Rimondi pare rifiutare in toto tutto ciò che è stato e che fu: un atteggiamento di trasgressione delle consuetudini critiche (ma, ammettiamolo, anche delle pigrizie), un rifiuto di sapore rivoluzionario che porta il nuovo ad assurgere a valore irrinunciabile od unico valore. Un atteggiamento che ricorda quello dei futuristi senza null’altro avere in comune col futurismo. Una rivoluzione che anela comunque alla pace e non si crogiola in se stessa, basti notare la serenità del risultato in una riconciliazione desiderata e possibile. Un epilogo ove i contrasti paiono potere giacere in armonia, pur profondamente diversi, sullo spesso piano pittorico e dove la profondità, la terza dimensione, quella dell’ambiguità, quella della tragedia, quella generata dai chiaroscuri e dalle ombre manca completamente quando si osservino i tasselli nel loro insieme.

“Quei tre” sono tre importanti.

Willer Comellini

GALLERIA FOTOGRAFICA

“Quei Tre” – Conferenza dell’arch. Andrea Capelli – Villa Boschetti – San Cesario sul Panaro – 22 agosto 2011

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