“Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza”. (Fernando Pessoa, ortonimo).
Paolo Rimondi è nato a Castelfranco Emilia, dove vive tuttora, nel 1951. La sua formazione avviene presso l’Istituto d’Arte “A.Venturi” di Modena, dove ha per maestro Pompeo Vecchiati. A Modena entra a far parte del primo gruppo di Poesia Visiva e diviene membro della Associazione Belle Arti modenese. La sua attività espositiva inizia intorno alle metà degli anni ‘80 e prosegue a tutt’oggi con collettive e personali. Dopo aver concluso la sua attività professionale, si dedica completamente alla pittura e alla ricerca privata. Il suo studio è ubicato nel centro di Castelfranco. (Ilario Salvatori)
Le irrealtà visibili
Non capita spesso che un artista italiano (diciamo pure, modenese) attraversi l’Atlantico per esporre le sue opere invitato da una prestigiosa galleria americana: la Valentina Preziuso Davies. Semmai succede, al contrario, che siano gli ’yankee’ a sbarcare da noi per proporci le ultime novità (vedi la Galleria Emilio Mazzoli, tanto per restare a Modena).
E’ motivo di legittimo orgoglio apprendere che Paolo Rimondi sta per proporre 20 dei suoi acrilici su lino cartonato nella capitale degli USA. Da Washington la personale si sposterà poi a Seattle. Questa sorta di ’consacrazione’ acquista particolare significato se si precisa che non è stato Rimondi a sollecitarla: orgoglioso com’è, non lo farebbe mai.
La gallerista americana ha visto due dipinti del Nostro in un locale della sua città ed ha subito apprezzato i caratteri di potenza espressiva (tra figurativo e astratto) e, soprattutto, di originalità, di geniale rivisitazione del primitivismo del pittore modenese. E l’ha invitato.
Il curriculum di Rimondi non è folto, anche per la sua innata ritrosia al presenzialismo. Si diplomò all’Istituto d’Arte Venturi di Modena con Pompeo Vecchiati, che lo volle come collaboratore nella ’storica’ mostra delle “Carte” alla Sala di Cultura (Palazzo dei Musei), nel 1969. Il maestro di Savignano (6 Biennali di Venezia), intuì per primo che quel ragazzo alto e allampanato aveva un talento non comune.
Fra le varie mostre, quella che ottenne maggiore attenzione critica e di pubblico fu alla Galleria Civica Bonzagni di Cento.
Assorbito da un altro lavoro (se non scendi a compromessi, l’arte non dà pane), Paolo non trascurò il suo grande amore: arricchì le sue conoscenze con viaggi in tutta Europa e, soprattutto, con letture non frettolose, mirate, e con lo studio. E’, infatti, un profondo conoscitore della cultura lusitana e ispano-americana.
A differenza dei Buendia del suo amato Garcia-Màrquez, Paolo non si aggira però nell’immaginario Macondo in cerca della sua strada. Le sue scelte stilistiche (che, ignorando scorci e prospettive, puntano ad una sintesi estrema, specie nel bianco e nero) le ha già fatte. Punta, come Pessoa (un altro dei suoi illustri referenti) alla ricerca di un equilibrio perduto. I suoi ’alfabeti’, i suoi ’profili’ attingono alla cultura pre-colombiana, a certe decorazioni su tessuto dell’arte andina della costa peruviana.
“L’arte – ripete Paolo col Borges della ’Metamorfosi’- vuole sempre irrealtà visibili”. (Ferruccio Veronesi)
Tu dici che sto ripetendo
cose già dette una volta. Ancora le dirò.
E le dirò ancora? Affinché tu vi giunga,
per giungere dove già sei, per ritornare da dove non sei,
devi prendere una strada dove non regna l’estasi.
Per giungere a ciò che non sai,
devi prendere la via dell’ignoranza,
per possedere ciò che non possiedi,
devi prendere la via della privazione.
Per giungere a ciò che non sei
devi prendere la via che ora non percorri.
E solo ciò che non sai è quello che conosci,
e ciò che tu possiedi quello che non possiedi,
e il luogo dove sei il luogo dove non sei.
(da Quattro Quartetti, di Thomas Stearns Eliot)











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