Angelo Tavoni: ciò che il tuono disse

2 gennaio 2010
di

“Non bisogna avere fretta” (Auguste Rodin)

Nel mezzo del cammino c’era una pietra
c’era una pietra nel mezzo del cammino
c’era una pietra
nel mezzo del cammino c’era una pietra.
Mai dimenticherò quell’avvenimento
nella vita delle mie rètine stanche.

Mai dimenticherò che nel mezzo del cammino
c’era una pietra
c’era una pietra nel mezzo del cammino
nel mezzo del cammino c’era una pietra.

(Carlos Drummond de Andrade)

Angelo Tavoni è nato a Piumazzo nel 1936. E’ stato allievo di Cleto Tomba al Liceo Artistico e di Drei, Carpigiani e Mastroianni all’Accademia di Belle Arti di Bologna dove, nel 1959, ha conseguito il diploma di scultore. Ha frequentato a Faenza le lezioni del ceramista Biancini. E’ stato insegnante di disegno e di educazione artistica alla scuola Media. L’attività pubblica (di cui riportiamo solo una piccola parte), ha inizio nel 1968 con la realizzazione del gruppo monumentale “Secchia e Panaro” collocata nella Villa Govoni Morini a Panzano. A lui si devono alcuni monumenti sepolcrali, come quello alla “Resistenza” (1976) a San Cesario, il “ Monumento Funebre” nel cimitero di Comacchio (1977) e di Milano (1984). Ha realizzato il Crocefisso (1976) nel cimitero monumentale di Castelfranco; dell’ “Altare” (1987) nella Chiesa di Cavazzona; del grande racconto sull’arte dei muratori (1988) nella Coop Icea di Castelfranco; della “Via Crucis” (1988) nella Chiesa di Gaggio di Piano; di “5 Altari e il Battistero” (1990) nella Chiesa di Villa Fontana (Bologna); delle grandi statue di S.Geminiano e S.Petronio (1992) nella Chiesa di S.Maria Assunta a Castelfranco. Sono anche suoi i presepi monumentali nelle Chiese di S. Cesario, Piumazzo e Altedo.

Ha partecipato a cinquanta mostre collettive, conseguendo premi prestigiosi. Tavoni vive e lavora a Castelfranco Emilia.

Questo modesto lavoro ha la pretesa di costituire un omaggio a un uomo mite, generoso e buono che ha dedicato la vita all’arte e all’insegnamento. Cogliamo l’occasione per augurare a lui e alla sua famiglia un felice 2010, esprimendogli i migliori auspici per i lavori a venire. (Ilario Salvatori)


Fra angeli, musici e cavalli la ‘magia’ di Angelo Tavoni

Per il mio incontro con Angelo Tavoni usai le cautele dei gitanti in alta montagna, che non si mettono in marcia se le nubi nascondono le vette; scelsi dunque anch’io una giornata chiara, senza foschia: dalla modesta quota uno e sessantaquattro (che gli dei preposti alla statura mi hanno assegnato) solo con cielo sereno è possibile cogliere in ogni sfumatura il paesaggio offerto dal viso dello scultore castelfranchese, alto centonovantacinque centimentri.

Nato a Piumazzo di Castelfranco il 14 settembre 1936, primo di quattro maschi, fin da bambino andava lungo i fossi in cerca di creta fresca e malleabile; ma non per ricavarne quei mortaletti dal botto asmatico che costituirono l’unica esperienza plastico-pirotecnica infantile per la maggioranza di noi, bensì per modellare – ispirandosi dal vero – animali domestici di ogni specie. Messe a seccare sul davanzale della finestra le statuine prendevano regolarmente il volo, anche se non sempre si trattava di volatili: a involarle erano infatti i ragazzi (e gli adulti) del vicinato. Chiunque altro avrebbe scelto per le cotture successive un…forno più alto, al secondo piano; ma Angelo continuò ad agevolare il furto della sua prima produzione artistica: “Se le prendono vuol dire che piacciono, e se piacciono io so modellare” pensava. Affiorava, insomma, fin d’allora, una delle componenti più marcate di Tavoni uomo: l’insoddisfazione di sé, l’insicurezza nei propri mezzi (oltre alla fondamentale generosità, ed alla grande bontà d’animo).

“A scuola – dice – ero il più alto, ma tutti me le davano non perché ce l’avessero con me, ma perché s’accorsero che non reagivo, ch’ero allergico alla violenza; preferivo, insomma, porgere l’altra guancia anche se non ero all’altezza dei loro pugni”.

Per non pesare sul bilancio familiare, allorché decide di frequentare a Bologna il Liceo artistico, si guadagna il pasto del mezzogiorno facendo il cameriere “Alla Maddalena” dalle dodici alle quattordici; quando, smontato dal servizio, si siede a tavola per trasmettere direttamente allo stomaco il compenso del suo lavoro, il personale del ristorante si raccoglie intorno al suo tavolo in muta contemplazione, come davanti ad una idrovora che prosciughi il Delta, o a una macina tritasassi. Al Liceo, l’insegnamento di Cleto Tomba è fondamentale per la sua formazione, assai più di quanto non lo sarà successivamente, all’Accademia, quello di Drei e Mastroianni. Tomba gli risveglia infatti l’antico amore per la creta, la predilezione per i soggetti umili (animali e bambini) anche se Tavoni andrà sempre esente da quella vena ironico-bonaria costante nella produzione del suo primo maestro. (Direi anzi che, pur essendosi formato nell’ambiente bolognese – nel quale ancor oggi è noto – Tavoni s’accosta per gusto e sensibilità ai modenesi).

Come insegnante di disegno nelle Scuole di Stato vive, successivamente, a Parma e a Ravenna. Nella città ducale la “scoperta” dell’Antelami lo impressiona fortemente influenzando i ritmi compositivi della serie degli architravi in cotto delle ville Maselli, Dardi e Famigli affollati di figure rigorosamente scandite. A Ravenna, invece, l’incontro con il ceramista Biancini ed uno studio meditato dell’arte di Bisanzio forniscono la chiave per la lettura della successiva serie dei grandi pannelli realizzati per il “Pellicano” di Castelfranco, la cantina CIV, il maglificio Moren, ecc.; opere che, nella complessità della loro articolazione, conservano una limpida chiarezza di discorso plastico. Il Tavoni che io preferisco è, tuttavia, quello dei ritratti: dal bassorilievo bronzeo di Fausto Coppi (collocato allo stadio “Braglia”) ai mezzi busti dei dottori Bergamini, Campedelli e Strocchi, di Guido Dallari, Pietro Barbi, della moglie Enrica (fedele compagna di una vita)e delle figlie Anna e Lucia.

 Ferruccio Veronesicritico d’arte del Resto del Carlino

 

Angelo Tavoni è un talento naturale di fortissima intensità e al tempo stesso un artista che lavora nella dimensione e nell’ambiente dell’artigiano. Ha sempre tenuto bottega, come usava nel Rinascimento, sulla strada, lavorando continuamente nel suo studio caotico e in perpetua trasformazione, dove l’unica cosa certa era lo sgabello destinato a sostenere la sua mole davanti alla tavola di legno dove applicava la creta per i suoi bassorilievi.

Ha praticato tutte le forme espressive ma è sempre stato e resta fondamentalmente un coroplasta, ossia un modellatore di creta che tratta principalmente e direttamente il suo materiale con le mani usando gli strumenti solo in fase di rifinitura.

Non ha mai praticato salotti, né galleristi e nemmeno ha coltivato giornalisti o pubbliche relazioni: ha sempre e solo creato, per ore, per giorni e anni, instancabilmente, un intero popolo di figure, animandole con un istinto potente e quasi inconsapevole e con una ricchezza e varietà di ispirazione e di temi impressionante.

 Valerio Massimo Manfredi

 

La forza e l’energia che sprigionano dal bronzo o dalla pietra sapientemente manipolati. L’eleganza descrittiva di certi bassorilievi in figura: un naturalismo decorativo percepibile in alcuni pezzi di genere sacro. L’evocatività della materia che, dimentica di interpretare il reale, si trasforma in luogo di incontro/scontro tra luci e ombre, pieni e vuoti. La produzione di Tavoni è contrassegnata dal convivere di questi che, formalmente, paiono essere atteggiamenti contradditori perché non ancora riconducibili ad un’unità di linguaggio data come scelta definitiva di campo. Tuttavia è proprio in questo stare dello scultore castelfranchese tra due poli – più convenzionalmente figurativo l’uno, più avanzato sul terreno dell’astrazione l’altro – Classici dell’espressione visuale che si può rinvenire uno dei punti di maggior interesse (e di vigore) del suo lavoro complessivamente inteso.

Carlo Federico Teodoro

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